Cultura Comiso 25/11/2013 12:55 Notizia letta: 3645 volte

Il sipario graffiato di Attilio Scimone, a Comiso

Allo Spazio 12
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Comiso - Un sipario graffiato sulla superficie nera opaca dischiude scenari naturalistici, di terra e di mare, altrove sospesi da una nebbia come lirica, neoromantica, che canta il paesaggio e dice della sua relazione profonda, millenaria con l’uomo. Trattasi non di pittura, ma di fotografia, della raffinata collezione di Attilio Scimone, in mostra a Comiso, presso Spazio 12, sede espositiva dell’omonima Associazione culturale, che ha distribuito l’opera di Scimone tra questo ambiente e la Sala mostre della Fondazione Bufalino.

L’allusione al linguaggio pittorico è immediata e quasi obbligata, non solo per ragioni tematiche, legate ai soggetti che predilige Scimone, paesaggi – si diceva – ma pure nature morte, trattate con particolare felicità di gusto e originalità di taglio. Ma anche e soprattutto per gli effetti subito visibili, nei quali è chiara la volontà di contaminazione dei linguaggi visivi, da parte di Scimone, votato a una fotografia di ricerca pura e a un’accezione primariamente estetica della fotografia, intesa quale modo e mondo dell’arte. Con un cursus di lavori indirizzato allo still-life, alla fotografia industriale, a quella paesaggistica, la ricerca di Scimone coinvolge anzitutto – e qui parliamo dell’officina dell’artista – i materiali fotografici, mediante la sperimentazione di reazioni chimiche condotte sulla pellicola, per ottenere inediti risultati di luce, resi ancora più sgargianti perché accostati, poggiati, introiettati ai molteplici neri. Allora la foto si fa materia e arte e visione, distante anni luce dal mero atto della vista.

“La fotografia, che altro non sa che mostrare, è arte per eccellenza”, scrive Jean Claude Lemagny nel testo che correda il bel catalogo della mostra, aggiungendo che “tutto ciò che deve alla chimica e all’ottica lo perde davanti al suo potere di fare apparire un universo incontaminato. La fotografia è ritiro, ricezione, accettazione, rifiuto di collegare le cose con luoghi comuni”. Nessun luogo comune, né proprio né figurato, nell’arte di Scimone, della quale Pippo Pappalardo, contestualmente alla medesima pubblicazione, osserva: “Indubbiamente siamo di fronte ad un interesse nuovo per la forma, o, meglio ancora, per l’evoluzione formale del progetto artistico, e fotografico nella fattispecie. Ma nel lavoro di Scimone, dell’idea dell’arte concettuale, che al primo impatto ci aveva intrigato, (…) si conserva solo la tendenza a trasformare ogni materiale in energia o processo mentale”. E, se Marta Galofaro aggiunge che la sua fotografia “sublima un istante per sempre”, omaggiamo Scimone di una chiusa affidata a Renger Patzsch, che, in accordo con Spinoza, affermava che la bellezza del mondo dipende dall’immaginazione dell’uomo e dunque anche dalla scelta che l’obiettivo fa del particolare.

La Sicilia

Elisa Mandarà
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