Cultura Comiso 31/07/2015 12:29 Notizia letta: 4307 volte

I banditi eccellenti della Contea di Modica alla fine del Cinquecento

Storia del Conte di Comiso
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Madrid - Alla fine del Cinquecento la Contea di Modica era considerata uno dei territori più caldi e conflittuali dell’intera Sicilia.
La presenza/assenza di un Conte Padrone che la amministrava dalla Spagna attraverso suoi rappresentanti aveva reso possibile la proliferazione di una delinquenza non solo comune ma anche “importante” che gestiva il territorio, appropriandosene, con metodi estremamente disinvolti.
Forse è in queste carte il vero motivo della nascita della città di Vittoria, fondata da Vittoria Colonna nel 1607.
Vittoria Colonna sposò, infatti, Luigi Enriquez Cabrera, Almirante di Castiglia, IV Duca di Medina de Ríoseco e VII conte di Melgar, dal 1596 conte di Modica, diventando, quindi, lei stessa contessa di Modica.
Più volte mi sono imbattuto, rovistando fra i documenti dell’Inquisizione custoditi presso l’Archivio Storico Nazionale di Madrid, in cronache terrificanti rese da inviati dell’Inquisizione di Palermo.
La Contea di Modica, secondo questi rapporti, pullulava di briganti temutissimi, di tagliagole, di gente poco affidabile.
Per questo era considerata una meta ad alto rischio dai “porteros” del Santo Officio, quando ricevevano l’ordine (lettere, ndr) dagli Inquisitori di andare a Modica “à pigliari” (arrestare, ndr) qualcuno.
Per la verità la Contea non mancava di “familiari” molto corrotti e avidi che specularmente, quando non erano fiancheggiatori, facevano da contrappeso al brigantaggio spicciolo o a vere e proprie bande organizzate che rispondevano quasi sempre al gabellotto o feudatario locale di turno.
Il 28 luglio del 1546 l’Inquisitore sub delegato dell’Inquisizione del Regno di Sicilia Don Nicolao Vicencio de Bononia scrive una relazione pesante e dettagliata all’Inquisitore Generale della Corona. In essa punta inesorabilmente il dito contro Geronimo de Atienza, governatore della contea, e due suoi collaboratori ritenendoli i veri responsabili della scarsa credibilità in essa del Santo Officio.
Bononia li convoca con uno stratagemma a Palermo per poi sbatterli in prigione e dimostrare loro così chi davvero comanda.
In effetti, questo clima molto avvelenato obbliga il Santo Officio palermitano e il Viceré Marco Antonio Colonna a mettere un po’ d’ordine nei territori sperduti della più anarchica contea siciliana.
La lettera che qui pubblico integralmente è stata scritta, infatti, dal Delegato Sallustio Pucci il 27 gennaio del 1579 e spedita da Comiso al Viceré.
È un documento interessantissimo con il quale è ufficialmente formalizzata l’accusa contro Gaspare Naselli, conte di Comiso.

In buona sostanza il Viceré aveva individuato il conte di Comiso come il vero mandante di scippi, rapine e taglieggiamenti consumati in quel territorio. Per questo aveva mandato come un fulmine a ciel sereno un suo emissario.
Il processo, comunque, sarà di competenza del foro del Santo Officio perché il conte era un familiare.
Il Delegato nella lettera fa riferimento ad altri banditi custoditi nel carcere di Modica; a diverbi avuti con il Governatore della Contea di Modica in merito alla consegna di un carcerato, implicato nella sua indagine.
Il tribunale dell’Inquisizione di Palermo emise una dura sentenza contro il conte di Comiso. Sentenza reiterata il 13 aprile del 1588 in risposta alla perorazione fatta da uno dei tre inquisitori che precedentemente aveva firmato la sentenza di condanna.
Il 17 marzo del 1585 l’inquisitore Peña, infatti, in una sua visita al Val di Noto, si reca a Comiso. In quell’occasione constata che tutta l’azienda del conte sta andando in rovina, per colpa dello scandalo e a causa della carcerazione del suo proprietario.
“Comiso è un posto di mille case –scrive- e il suo territorio si estende per tre miglia.
Poco distante dal villaggio il conte possiede un castello che funge da carcere nel quale anche il conte vive. È talmente angusta la casa che a me sembra davvero un carcere e sicuramente sarebbe più indicato, al fine dell’espiazione della pena, del carcere nel quale attualmente si trova rinchiuso (carcere di Chiaramonte, ndr). Magari chiedendogli una cauzione si potrebbe tentare di riportarlo a casa. Con questo accorgimento si eviterebbe la sicura rovina dell’intero patrimonio in quanto lui potrebbe di nuovo riprendere in mano tutta l’azienda che allo stato attuale verte in un deprecabile stato d’abbandono. Anche perché qui, il conte, è molto ben considerato, sebbene abbia avuto un passato burrascoso e sanzionabile.
Tra l’altro sarebbe legale e opportuno far scontare la pena nello stesso luogo dove si consumò il delitto.”
L’inquisitore Peña ci provò ma la sua supplica tardiva non sortì alcun effetto.
La sentenza di condanna fu, in effetti, reiterata. Tutti i capi d’accusa, indicati nell’istruttoria di Sallustio Pucci, furono accolti nella requisitoria tranne l’accusa mossa al conte per vizio nefando, ampiamente dimostrata come infondata.
Gaspare Naselli fu condannato all’ergastolo commutato poi in reclusione fino a dieci anni nel carcere di Terranova (Gela, ndr), a causa della sua età avanzata e considerando che molti delitti furono da lui consumati nella minore età.
Fu anche condannato a una pena pecuniaria di sei mila ducati, corrispondenti a onze seicentosettantuno e ventisei tarì, somma da versare nelle casse del Santo Officio di Palermo. La sua numerosa banda che contava affiliati a Scicli e a Ragusa e si muoveva tra Modica e Caltagirone, sgominata. Pucci era riuscito, infatti, con promesse verbali d’impunità e di perdono, poi non mantenute, a convincere molti malviventi a confessare.
Un’altra delle cause criminali, pendente presso il Santo Officio di Palermo a tutto il 1580, riguardava un tale Mariano De Stefano, di Monterosso, imputato di essere stato complice di banditi.
Il Governatore di Modica si era affrettato ad avvisare il Santo Officio perché controllasse meglio, per questo nominativo, la data del rilascio del titolo di familiare che, a suo dire, era posteriore al 1580.
Infatti tutti i titoli rilasciati prima della “Concordia” stipulata nel 1580 tra il Viceré e gli Inquisitori del tribunale palermitano godevano per eventuali delitti di una speciale prescrizione.
Negli anni che seguirono la sicurezza nella Contea di Modica non migliorò granché.
Nonostante tutti i rapporti compilati da Inquisitori, da Visitatori e Inviati speciali del Re.
Il motivo era sempre lo stesso: un’anarchia che faceva comodo a tutti.
Fece comodo al Conte di Modica, ai gabellotti, agli Inquisitori e, con certezza quasi assoluta, alla Chiesa.
Sul processo del Conte di Comiso, comunque, rimando a un mio articolo di prossima pubblicazione.

Segue la trascrizione dei documenti:
AHNM Inquisicion, L.873
L’Inquisitore Don Nicolao Vicencio de Bononia, inquisitore sub delegato dell’Inquisizione del Regno di Sicilia scrive questa relazione (pag.292):
En Madrid a 7 de setiembre 1546
Rev/mos y muy magnificos Señores
En el Condado de Modica segun e sido informado por los tiempos passados ha sido poco obedescido el Sancto Officio. Y al presente hay en el un lugarteniente de governador llamado Geronimo di Atienza y dos otros sus officiales los quales siguiendo lo que los passados han hecho no tiene(n) ningun respecto a las cosas del S.to Officio antes los maltratos, y los dias passados por aver leydo un notario una provision deste S.to Officio (Atienza, ndr) lo prendio y tuvo carcerado y carcero assi mesmo un criado de un oficial deste S.to Officio y los tuvo algunos dias presos, y ninguna provision deste S.to Officio la quiere obedescer// El Fiscal deste S.to Officio hizo instancia ante mi y mande a los dichos Governador y officiales viniessen a este Officio a dar razon de si// y al presente stan carcerados en este officio/ por ser el tiempo que es, conviene que este S.to Officio sea obedescido, donde no no se podria hazer el Officio en este Reyno de lo que succediere, dare haviso a V.SS. Reverendissimas cuya vida y Stado N.ro Señor guarde y acressiente como se de ser.
De Palermo a los XXViij de Julio 1546
De V. SS. Rev/mas
Servidor que sus manos beso
Nicolao Vicencio Bononia
A los Rev/mos Magnificos Señores Inquisidores de su Mag/d

AHNM Inquisicion, L.877

Copia de carta del Delegado Puchi scrita a S.Exª, à primero de Hebrero 1579.

Pag. 419
Copia
Ill.mo et Ecc.mo Padron osservantissimo
Tengo la carta di V.E. di 27 del passato con questo corriero a posta, et per non trattenerlo al medesemo punto respondo che un’hora prima ch’il detto mi fosse gionto, io haveva fatto citare il Conte del Comiso criminalmente con suoi schiavi, et servitori intrinsici, che non ho possuto havere per ponerli in bando si serano contumaci, et V.E. sappia, che non ho perso attimo di tempo, et ho essaminati quaranta testimonij fin hora, tra li quali ci sonno li bordonari, et alcuni servitori intrinsici del Conte, che hanno scoverto in tanto, che e da loro et da altri tutti insieme al detto numero di quaranta tre costa contra il Conte de recettazione, et conversatione di famosissimi banditi, et discorritori di campagna, et di aiuto, et favore ad essi prestito partecipando delle compositioni, furti, et rapine fatte per essi banditi i detto Conte. Di più lj ritrovo di vitio nefando, e ben vero che quanto à questo delitto per esser di suj natura de difficile probatione, gli ho ritrovato alcune coniutture, per le quali havendose rispetto alla qualita dell’occultezza del vitio, si viene pure à convencere ma in quanto alli altri suddetti delitti sta convitto chiaramente. Ne creda V.E. che Principe mai al mondo fu servito con la diligenza, et fideltà, che ho fatto io in questo negotio, et siben ho visto esser cosa aromatica, havendo io da esser versaglio di tutto questo Regno, stando il Conte con tanti favori, et parentela di Signori, et Baronaggio di quello, ma io mi rjsolvo come sempre ho fatto di servir V.E. fidelmente; et sinceramente; et si tutto il mondo mi persequiti, mi basterà, che V.E. m’habbia un poco d’occhio adosso, et mi sarà un felicissimo morire, avenendomi per servitio suo. Il processo sta benissimo formato, che canta con ogni debita circostanza, et lo tengo ben custodito non parendomi al proposito d’inviarlo per altri, ma che io sia il Portatore quando V.E. commandarà, promettendomi grandissima sodisfattione di V.E. quando mi voglia intendere con il processo alle mani, ne io sparangerò fatiga mai di metter l’ali ad ogn’ordine di V.E. non deseando mai altro, che il mero servitio di quella: portando meco una mano di pregioni, che ho, dalli quali si potrebbono scoprire cose di grandissima importantia in tortura la, insieme con altri processi, che ho formati, et veda V.E. in quanto poco tempo, et tra detti prigioni ci sono li dui havuti da Modica, dove stavano carcerati, che sono famosissimi latroni, et discorritori di Campagna uno detto il Monaco, et l’altro Mauro Alfù pero un’altro famusissimo Francesco Auricchia se ritrova pur carcerato in Modica, et non lo dona si V.E. non lo commanda caldamente perche ala mia richiesta il Governatore ha replicato la cognitione spettare a lui, et tanto il detto Aurichia, come l’altri dui sono tutti chiamati nella dipositione di Marco di Catania, et andati robando, tutti insiemi discorrendo in Campagnia, et componendo, et quando così commandasse V.E. resti servita a dar ordine à Filippo la Rosa, che non mi lasci tenendo lui tutti li prigioni in Guardia, non havendo io carcere demaniali secure in queste parti, et non trovando meglio sicuranza, che farli custodiro á lui. Et quello le dico per che la commissione del Filippo non dura si non per due mesi da quando fu spedito in Palermo. In ogni cuento di ciò che ordinasse V.E. bisogna le sia prolongata si V.E. commanda.
Nel medesmo processo costa molto bene contra il Baron Ramione di conversatione, et pratica con detti banniti participatione et trattamento di lor furti et compositioni. Et per far ritornar il Corriero volando à V.E. non dirò altro, riservandomi appresso.
Dal Comiso al primo di Febraro 1579
Di V.E.
Fidelissimo servitore e schiavo, che li bacia li piedi
Salustio Pucci

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AHNM INQUISICION, L. 879

Pag. 307
Voto del Conde de Jomiso:
“Voto en la Causa del Conde de Comiso, familiar condenetur Don Gaspar De Nasellis comes Comissi pro ut cum nos....
Al Conde de Comiso, émos señalado la fortaleza di Terranova que tenga por carcer por los diez años en que fue condenado. Y por estar enfermo, no se ha passado a la dicha fortaleza, de la de Claramonte en la qual estava con su muger, deeste entendemos que se cobrara con mas facilidad la condena que son seis mill ducados.”
La lettera che cita il voto è firmata dagli Inquisitori Haedo, Peña e Correonero e fu inviata agli Inquisitori di Spagna.

Nell’ambito della visita al Val di Noto
Capitulo de una carta que el Inquisidor Licenziado Peña scrive al Tribunal en la tierra del Homiso a 17 de Março de 1585 (visita al Val di Noto, ndr).
Rescebida A 21 del mismo cuyo tenor se sigue:
Estando en este lugar he visto la miseria y trabajo en que se halla el Conde del Jomiso por cuia absencia ha sido tan maltratada su hazienda y vassallos que ni ay aqui en pedir que fadella ni vassallo que quiera venir en este lugar por los trabajos que han padesçido de ministros de justicia y mucha parte dello en tiempo que al gobierno estaba en mano de la Inquisicion que es lo que mas deve sentir.
El homiso es lugar de mil casas, tiene tres millas de territorio, fuera del lugar tiene el conde un castillo que sirve de carcer en que se suele vivir y a mi parescer es verdaderamente carcer por ser casa estrecha y que al conde le seria de mayor pena meterle aqui que no donde esta por ser aquella casa muy buena. Y poniendole con la misma plegeria remediaria su hazienda y la ruina dessos vassallos y los resogeria y el oficio ternia mas comodidades por cobrar su hazienda, y aunque parezca a prima facie de inconveniente por aver cometido algunos delictos de los que fue acusado, en este lugar, todavia es de mucha consideracio’ lo que digo y aun mas conforme a derecho el padescer la pena donde se hizo el delicto. Resolviendose V.S. en ello me confirmare en todo con su parescer.
Sacado de la dicha carta original y collacionado por mi Francisco de Alpache, secretario
Pag. 276
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AHNM Inquisicion, L879
18 aprile 1588

“Habemos seydo deste voto porque del dicho proceso consta y por el esta sufficientemente combenzido de aver combersado y receptado bandidos, scurridores de campaña, y forjudicados y dadoles favor y ayuda, y haver participado con ellos de algunos hurtos y robos que hizieron y segun leyes y pragmaticas deste Reyno tiene pena de muerte y confiscacion de bienes y confiscacion de su Estado y siendo este tribunal ecclesiastico en lugar de pena de muerte le aviamos de dar de perpetua carcel pero considerando que el Estado del Comiso que possee es vinculado y en el no puede suçeder el fisco y que el dicho conde era menor de 22 años quando cometio los dichos delitos y no tenia padre ni madre ni persona a quien tener respecto, le condenamos en las penas en el dicho voto contenidas, absolviendole de la instancia deste juicio sobre la prosecucion de nefando porque las defensas que hizo evacuaron la culpa de la sumaria.”
Sacado del original con lo qual concuerda de mandado de los Inquisidores Haedo, Peña e Correonero en Palermo a Xiij de Abril de M.D.L.XXXViij por mi Adrian Martinez de Carrionis, secretario.
Successivamente ho riscontrato una nota (AHNM Inquisicion, L.882) nella quale testualmente si legge:
Ciudades y villas que ayen el Reyno de Sicilia, en que tengan comissario, ni notario de la Sancta Inquisicion y que ay necessidad de que los tengan:
A 15 de Abril 1597
-Comiso, villa de vezinos 1012, cabeça de condado, il comissario que tiene mas vecino esta está en la ciudad de Mineo, distante 6 millas (? Forse 60 millas, ndr).
Comiso nel 1583 pagava al Santo Officio di Palermo un censo di tarì 21 (AHNM, Inquisicion, L.880).
Il Conte di Comiso fu condannato a pagare dopo essere stato condannato 671 onze e 26 tarì. (AHNM, Inquisicion, L.880, pag. 212)
L’Inquisitore Llanes inizia la visita del Val di Noto il 17 Agosto 1601.

CREDITI
AHNM (Archivio Histórico Nacional de Madrid))
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