Cultura Comiso 12/04/2017 18:45 Notizia letta: 777 volte

La Pasqua comisana, una festa di origini catalane

Domenica 16 aprile la città si prepara alla "Paci"
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Comiso - Applausi, acclamazioni, discesa dei simulacri, processioni, Paci, scampanii, la banda che suona, spari di mortaretti, una folla rumorosa: è difficile descrivere l’atmosfera della Pasqua comisana, una festa dalle origini antichissime e dalle tradizioni consolidate in secoli e secoli di fervore religioso. Questa festa rappresenta un unicum nel panorama siciliano, una sintesi tra folklore, fede e tradizione che si rinnoverà anche quest’anno domenica mattina, intorno alle 11. 

Tutto inizia dalla Basilica dedicata a Maria Santissima Annunziata, uno splendido esempio di architettura neoclassica. La chiesa venne ricostruita e ampliata sulla preesistente chiesa di origine bizantina dedicata a San Nicola. A causa del terremoto del 1693, che danneggiò pesantemente l’impianto originario, tra il 1772 e il 1793 venne ricostruita su progetto dell’architetto Cascione Vaccarini, mentre la cupola è opera dell’architetto comisano Girlando e venne ultimata nel 1885.

La chiesa, a tre navate, è particolarmente luminosa ma, soprattutto, conserva al suo interno, collocati ai lati dell’altare maggiore, due opere di Salvatore Fiume: a destra, la Natività, mentre a sinistra la Resurrezione. In questi giorni, però, vi è collocata un’opera di pregevole fattura: “la Taledda”, una tela chiamata così dai comisani che copre i simulacri dell’Annunciazione e del Cristo Risorto. 

E’ Gesualdo Bufalino a dirci e a descriversi la Taledda, nel suo “Museo d’Ombre”: “La Taledda è, com’è noto, la grande tela, istoriata con le scene della Passione, che nasconde il simulacro della Madonna e che fino a pochi anni fa con la sua festosa caduta dava spettacolarmente inizio alle celebrazioni pasquali”. La tela è stata dipinta nel 1862 ed è opera del pittore Quintavalle. Il gigantesco telo è alto 19 metri e largo 7 metri.

E’ un’opera di ottima fattura e il pittore si è affidato al gioco del chiaroscuro grazie ai contrasti e alle sfumature del nero, del grigio e del blu. Ma la Pasqua comisana non è solo folklore e tradizione: è anche storia, una storia che ha radici antichissime. Le sue particolarissime forme, infatti, sono state mutuate dalla cultura catalana e greco-ortodossa, segno e bisogno di un particolare modo di intendere il divino e il soprannaturale. Per la città di Comiso, infatti, è la festa di primavera per eccellenza, della rinascita della natura e, come tradizione cristiana insegna, della vita sulla morte.

Il culto, come si diceva, è antichissimo e affonda le sue radici tra il IV e il V secolo Dopo Cristo. Successivamente, furono gli spagnoli-catalani a portare in processione il simulacro del Cristo Risorto. La prima Pasqua comisana documentata è datata 1635, anche se gli storici pensano che la festa sia nata sicuramente in un periodo antecedente. E, allora, veniamo alla “Paci”, il simbolo di questa festa: che cosa vuol dire, esattamente, questo incontro fra il Cristo Risorto e l’Annunziata. Si chiama così, infatti, l’incontro dei due simulacri, che si allontanano e avvicinano velocemente: si tratta della rappresentazione del ciclo vitale, della morte e resurrezione, un saluto, insomma, beneaugurante.

Le Paci, si ripetono davanti ad ogni chiesa, mentre i due bambini vestiti da angelo posti sui fercoli intonano il canto del Regina Coeli. I bambini, ogni anno, sono scelti da un’apposita commissione e hanno tutti un’età compresa fra i 10 e i 12 anni. Sarà un caso che “Pace”, a Comiso, è un cognome diffuso? Alla Pace è dedicata anche una strada. Inscindibile, dalla Pasqua comisana, anche la musica: la Marcia di Pasqua, scritta dal maestro Pulvirenti, diventa la colonna sonora della festa sin dalla svelata.

E, infine, uno sguardo alle specialità culinarie: anche in questo caso, ritroviamo la tradizione catalana: le ‘mpanate, diffuse in tutto il territorio ragusano, che derivano il loro nome dallo spagnolo “empanadas”. Mentre, però, le empanadas spagnole oggi sono soltanto delle semplici torte di mele, le nostre ‘mpanate hanno conservato le antiche ricette del XV e del XVI secolo. Condite con carne di agnello, coniglio, pollo e spezie, restano il piatto principale dell’intera festa. Da segnalare anche “i pastirieddi”, dal nome originario “pastell”, ovvero degli impasti di farina, molto più piccoli, lasciati aperti in cui si versano carne tritata e uno strato di uovo sbattuto insaporito con formaggio grattugiato. Anche in questo caso, l’impasto si insaporisce con spezie ed erbe. I dolci, infine, sono rappresentati dalle classiche cassate di ricotta (anche questa di origine spagnola, la “quesada”), i biscotti bolliti detti “scaurati” e le uova bollite racchiuse in due strisce di pasta a forma di canestro.

Alcuni scatti sono stati concessi da Guglielmo Ferraro.

Irene Savasta
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